La Ragazza dal Corpo Dipinto (J. Ratini)

Di notte, Claude, amava dormire attaccata al mio corpo, stringendomi forte.

Diceva che il buio le faceva paura e che nell’oscurità c’era qualcosa di così incomprensibile e misterioso da terrorizzarla a morte.

C’erano notti in cui rimanevamo abbracciati, dormendo sonni profondi, altre in cui facevamo l’amore.

Ma solo quando lo decideva lei.

Quelle notti erano memorabili.

Il suo corpo ed il mio, nudi, incollati.

Le mie gambe tra le sue, in un incastro raro, perfetto.

La passione le illuminava gli occhi azzurro cielo e le fiamme le incendiavano i capelli rosso fuoco.

La conobbi ad un mio reading.

Aspettò che finissi lo spettacolo e mi venne a parlare.

Aveva conosciuto le mie poesie da alcuni amici e si era informata sui i miei scritti e sulla mia vita tramite internet.

Si era presentata con un foglio sul quale aveva appuntato degli aggettivi caratteriali.

Mi disse che era in grado di leggere la fronte delle persone e che le era bastato prendere una mia foto dal web, fissare per mezz’ora la mia fronte e stilare l’elenco delle mie peculiarità caratteriali positive e negative.

Le azzeccò tutte, dalla prima all’ultima.

Mi rivelò addirittura qual’era la mia perversione sessuale.

Quella sera facemmo l’amore subito, senza aspettare, senza corteggiamenti da copione da rispettare.

D’altronde, mentalmente, stavamo già facendo l’amore seduti al bancone del locale in cui avevamo parlato per ore.

Venne a stare da me per qualche tempo, così imparai a conoscerla.

Era una ragazza cresciuta molto in fretta Claude, forse anche troppo per i suoi ventitre anni.

Leggeva tanto, di tutto, di ogni genere letterario. Alla sua tenera età, conosceva quasi il triplo dei film che avevo visto io in trent’anni.

Amava disegnare, dipingere, fare foto e scrivere.

Aveva pubblicato un libro di fiabe illustrate, con il quale vinse uno dei più celebri  premi di favole per bambini.

Suo padre era un pittore molto famoso.

Le aveva trasmesso la grande passione per l’estetica e per le immagini e lei aveva riportato fedelmente questa passione sul proprio corpo.

Nuda, Claude, era un immenso dipinto.

Le sue braccia, ricoperte di tatuaggi, di disegni, di frasi, di storie; il suo busto e la sua schiena erano una galleria di quadri di autori diversi, esposti con una logica ben precisa, tutta sua, sconosciuta ai miei occhi.

Il suo corpo era la testimonianza di una vita vissuta al limite tra il sogno e la realtà, tra la normalità e la follia. Il suo viso, pieno di lentiggini, era una mappa stellare.

Spesso ho avuto voglia di unire, con un pennarello, tutti quei punti, per scoprire il mistero che si celava dietro quel volto.

Una sera, tornando da un reading, la vidi uscire dal mio appartamento e salire su un taxi, con in mano la valigia

Non lasciò un biglietto né un messaggio. Nulla. Di punto in bianco scomparve.

L’ho rincontrata due giorni fa, dopo quasi due anni che non la vedevo.

Ero ospite di un festival  per leggere alcuni miei scritti.

Si avvicinò e mi diede un bacio sulla guancia.

Era sempre più bella, con quei capelli rossi e quello sguardo vivo ma allo stesso tempo malinconico.

Avrei voluto farle mille domande.

Avrei voluto sapere come stava e cosa faceva ora ma soprattutto avrei voluto chiederle perché se n’era andata via un giorno qualunque di due anni fa , senza dir nulla e senza lasciarmi un motivo.

Ma non riuscii a dire una sola parola e lei fece lo stesso.

Mi sorrise, mi salutò , poi si voltò, incamminandosi verso l’uscita del padiglione.

Ed io la lasciai andare per l’ennesima volta.

Sulla parte posteriore della spalla destra, notai che aveva tatuato una frase che già conoscevo.

Erano le parole di una mia poesia, con le mie iniziali.

Parole che avevo scritto molto tempo prima ma che solo ora mi illuminarono, dando, improvvisamente, un senso alle domande che mi rimbalzavano in testa da quasi due anni.

“L’amore vero non cerca spiegazioni!”.  

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