Quindici anni (J. Ratini)

Avevo quindici anni e tutta la vita davanti ma quando il test di gravidanza si colorò di blu, capii subito che qualcosa sarebbe cambiato.

Un colore, un semplice colore, che avevo sempre ignorato o guardato con estrema superficialità e distacco, mi comunicava che la vita sarebbe mutata in maniera irreversibile.

L’istante in cui le due barrette si sono tinte di quella maledetta sfumatura blu, ho cominciato a pensare che nulla avrebbe avuto più senso se non fuggire via lontano o addirittura togliersi la vita.

Tutti i miei sogni: laurearmi, specializzarmi, diventare un medico affermato svanirono in un istante, riatterrando, a brandelli, su un pianeta che non aveva la benché minima somiglianza con quello che avevo conosciuto soltanto il giorno prima.

Mi guardai allo specchio, alzai la maglietta, mi accarezzai la pancia e provai a immaginarmi mamma. Ma non ci riuscii.

Vedevo soltanto una ragazza di quindici anni, con gli occhi lucidi e una fottuta paura di non essere all’altezza. Di non saper gestire quella situazione.

Vedevo l’amarezza, lo sconforto, la delusione della gente che mi stava accanto.

Sentivo già le malelingue ribollirmi nel sangue e gli sguardi di rimprovero puntati addosso come pugnali.

Immaginavo il discorso che avrei dovuto ripetere in loop, infinite volte, a tutti quelli che mi avrebbero domandato: “ Com’è successo?”, “Chi è il padre?”.

Vedevo la vergogna sul volto del mio, di padre.

Il suo orgoglio e il suo provincialismo non mi avrebbero mai perdonata.

I suoi occhi, così severi, non mi avrebbero mai più guardata come prima.

Non sarei più stata la sua bambina, sarei diventata la sua ferita.

Vedevo mia madre, seduta al tavolo della cucina, piangere, con la testa tra le mani, ripetendo ad alta voce: “Perché proprio a noi?!”, “Come hai potuto farci questo?”.

Vedevo mio fratello correre a perdifiato sulla spiaggia, poi fermarsi di colpo e urlare a squarcia gola verso il mare, imprecando il cielo.

Vedevo mia nonna e la messa della domenica mattina a cui, puntualmente, voleva che l’accompagnassi.

Vedevo le sue apprensioni e le sue premure nei miei confronti: i suoi inviti a coprirmi bene, a mettermi sempre una maglia pesante sotto il pigiama o le calze di lana, sotto la gonna, d’inverno.       Vedevo il suo volto imbrunirsi, incupirsi e, lentamente, spengersi.

La vedevo morire.

Nello specchio vidi persino il suo funerale.

Vidi il mio cane accucciato ai piedi del letto, con gli occhi tristi e la coda tra le zampe.

Al suo fianco, la ciotola, piena di cibo. Quel cibo genuino che tutti i giorni gli offrivamo e che lui, puntualmente, consumava con gioia, stavolta non sembrava essere di suo gradimento. Non lo voleva, non lo annusava, non lo mangiava.

Vidi la strada da casa a scuola, lunga chilometri, infinita.

Le case circostanti con le persiane chiuse, serrate, con la gente che da dietro mi guardava passare, mi spiava e bisbigliava frasi incomprensibili.

Poi vidi Giorgio.

La sua immagine, sfocata, mi apparve nello specchio soltanto all’ultimo.

Forse perché oltre a non amarlo, non lo avevo mai immaginato come il futuro padre dei miei figli. Era così fragile, così ingenuo, così immaturo.

Non so cosa mi piacque in lui quel pomeriggio.

Il suo naso, le sue labbra o forse le sue mani, così piccole e delicate o semplicemente mi piaceva l’idea di essere abbracciata, baciata e coccolata da qualcuno che, da sempre, diceva di amarmi.

Sì, forse proprio per questo feci l’amore con lui: per ricevere un po’ d’amore.

Anche se non lo amavo.

Avevo soltanto il bisogno di ricevere un po’ di attenzione da lui, che mi guardava con quegli occhi così speciali.

Feci l’amore con Giorgio per sentirmi speciale e unica.

Unica in quell’unico pomeriggio.

Poi, improvvisamente, nello specchio rividi me stessa, la mia immagine, il mio volto da bambina con gli occhi lucidi, impauriti ma… consapevoli.

La mano ferma sulla pancia e il viso ancora umido di lacrime che nel frattempo avevano smesso di scendere.

Non volevo nulla, se non essere felice.

Volevo amare la vita e se amarla significava vivere ogni suo momento, gioia o difficoltà, lo avrei fatto.

Avrei accettato la sfida.

Avevo quindici anni e qualcosa, dentro di me, stava iniziando a crescere.

Quindici anni e in grembo una vita che avrebbe cambiato radicalmente la mia.

Nel bene o nel male.

Ora e per sempre.


(Dal Libro “Se Rinasco Voglio Essere Yoko Ono”: http://www.ibs.it/code/9788898149018/ratini-jacopo/se-rinasco-voglio-essere.html)

 

 

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