“Io non sono uno showman. Sono un produttore di musica, non un girovago.
Ho sempre pensato, e continuo a pensarlo, di essere soprattutto un prodotto discografico.
La gente si aspetta da me dei dischi, non degli spettacoli. E in fondo, lo ammetto, questa cosa mi va bene.
Non ho mai amato la frenesia del palcoscenico, la vita in tournée, le luci sempre puntate addosso.
Conosco colleghi che vivono in uno stato di esaurimento nervoso permanente, perché non fanno altro che correre da un palco all’altro, da una piazza a un teatro, sempre sotto pressione.
Io no. Io preferisco godermela la vita e dedicarle tempo.
Alla musica do tutto me stesso, ma entro certi limiti ragionevoli.
Non mi va di diventare un girovago, un artista consumato dal suo stesso successo.
La musica per me non è un mestiere, è una forma di verità.
E la verità non ha bisogno di clamore, di palchi, di urla.
Ha bisogno di silenzio, di ascolto, di tempo per vivere ciò che poi scrivi.
Preferisco che la gente mi conosca attraverso le canzoni, non attraverso i miei gesti.
Voglio che mi cerchino nei dischi, non nei concerti.
Perché è lì, in quello spazio invisibile tra la voce e l’eco, che c’è davvero Lucio Battisti”.
In queste parole di Lucio Battisti c’è tutta la sua essenza: la riservatezza, la coerenza, l’ostinata fedeltà a se stesso.
Era il 1976 quando le pronunciò, ma oggi suonano più attuali che mai, in un periodo
storico in cui la visibilità è diventata la misura del valore e dove la musica, troppo spesso,
si confonde con l’apparenza e la performance.
Battisti, al contrario, scelse un’altra strada.
Scelse il silenzio al posto dell’apparenza, l’assenza al posto del clamore, la dimensione intima di un disco al posto dell’adrenalina di un concerto.
Era l’antitesi dell’artista contemporaneo.
Nessun tour interminabile, pochissime apparizioni televisive, nessuna ricerca di attenzione per confermare la sua credibilità. Le sue canzoni bastavano a riempire tutto.
Quella scelta, che al tempo sembrava così anticonformista, oggi appare come un gesto di profonda libertà umana e artistica.
Battisti aveva intuito che la musica non è una gara di presenza ed apparenza, ma un atto di ascolto.
Che per lasciare un segno non serve essere ovunque ma scrivere canzoni che lascino un segno.
Lucio Battisti è l’artista che ha scelto di non apparire, di non inseguire il pubblico, ma di attenderlo.
E il pubblico, incredibilmente, non ha mai smesso di arrivare.
In un’epoca in cui tutto ruota attorno all’esposizione, Battisti resta il simbolo di chi ha saputo vivere la musica senza essere consumato dal successo.
Un uomo che ha preferito la semplicità alla celebrità, la scoperta e la curiosità artistica rispetto alla catena di montaggio del mercato musicale.
Qualcuno direbbe che oggi l’approccio alla musica di Battisti non sarebbe realizzabile.
I dischi non si vendono più e l’unico modo per guadagnare decentemente, per un artista, è quello di fare tanti concerti o di legarsi ai brand per sopravvivere.
Altri ancora potrebbero affermare che la sua voce, così istintiva ed emotiva non avrebbe retto la fatica dei grandi concerti, perché non era una voce tecnicamente “educata”.
Qualcun altro potrebbe sostenere che oggi Lucio Battisti non avrebbe fatto il musicista.
Non avrebbe mai partecipato ad un talent e probabilmente si sarebbe annoiato a fare il turnista o a registrare album per altri cantanti.
In pochi, oggi, si possono permettere di sparire dalle scene e far parlare solo ed esclusivamente le proprie canzoni.
Lo ha fatto Calcutta, con un silenzio durato cinque anni e un disco che ha mandato in visibilio i suoi fan.
Lo sta facendo Angelina Mango, che ha appena pubblicato un album, dopo mesi di lontananza dalle scene.
Cos’altro avrebbe fatto, oggi, Lucio Battisti?
Possiamo solo giocare ad ipotizzarlo.
D’altronde lo avremmo potuto scoprire solo vivendo(lo).
Resta il fatto indiscutibile che, se non avesse fatto il cantautore, il mondo musicale avrebbe perso una delle voci e delle menti artistiche più autentiche e prolifiche della sua storia.

