Che fine aveva fatto Angelina? 

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Ascoltavo il nuovo album di Angelina Mango e sono capitato su “Pacco fragile“, la quarta traccia del disco “Caramé“.

Apro il video di YouTube e vengo colpito dalle scritte in sovraimpressione.

Pensavo si trattasse dei classici sottotitoli del brano e invece mi accorgo che le parole sono diverse dal testo cantato nella canzone.

Frasi che spiegano, una volta per tutte, il motivo per cui Angelina ha deciso di fermarsi e di restare in silenzio, lontana dalle scene, per più di un anno. 

Gli psicologi la chiamerebbero “depersonalizzazione“: una sensazione di distacco da se stessi, come se ci si sentisse un osservatore esterno del proprio corpo e dei propri pensieri, o come se si vivesse in un sogno o in un film.  Può presentarsi come disturbo dissociativo, specialmente durante i periodi di forte stress. I sintomi possono includere l’incapacità di provare emozioni, la sensazione che il mondo circostante non sia reale (derealizzazione) e un profondo senso di irrealtà. 

Ecco il video della canzone “Pacco fragile” 👇🏻

Ed ecco il testo, delle scritte in sovraimpressione, che racconta meglio di qualunque altra parola il viaggio interiore vissuto da Angelina in questi ultimi dodici mesi:

“Praticamente c’era una fila di gabbie come allo zoo, saranno state grandi quanto comodini, perfettamente allineate, aperte, vuote, intatte. 

Sulla prima ho trovato un foglio, tipo bugiardino delle medicine, con scritto terapia anti-emotiva: istruzioni.

Finalmente avevo tra le mani la ricetta originale, quella che avevo cercato di replicare tantissime volte, che avevo visto utilizzare da quella gente indistruttibile. Ogni volta però dimenticavo qualcosa, un entusiasmo, una risata, un’emozione inaspettata, il ricordo di un odore ed ecco che ripiombavo dentro le emozioni. Maledette emozioni, come sassi nelle tasche. Era difficile stare a galla, restare a galla.

Poi, dopo tutte queste ricerche, ecco la ricetta perfetta davanti ai miei occhi.

Ho iniziato a leggere il primo paragrafo: quando utilizzare la terapia. Diceva di utilizzarla solo in casi di forti sbalzi d’umore, nervosismo incontrollabile, se bastava un pensiero intrusivo a distruggere l’intera giornata, se si arrivava a non sopportare più la propria presenza.
C’era scritto: da utilizzare quando si è talmente pieni d’amore o dolore da non riuscire a provare più nient’altro, solo in caso di emergenza.

Non ho mai letto tutti i bugiardini, mi stufavo subito, non ci capivo niente.

Infatti come al solito ho bypassato la parte centrale e sono andata direttamente agli effetti collaterali.
Tra i più rari c’erano cose terribili come antipatia, tendenze omicide, incubi notturni, insonnia, solitudine.
I più diffusi invece erano apatia, silenzio, indifferenza. Onestamente le controindicazioni più diffuse non mi sembravano così spiacevoli, anzi magari non provare le cose, non essere turbati da nulla… perfetto.

Modo di somministrazione: posizionati davanti alle gabbie, una per volta, e sul lucchetto di ogni gabbia troverai il nome dell’emozione da rinchiudere. In base alla gravità della situazione puoi scegliere la qualità e la quantità dell’emozione da debellare. Dopo aver letto la didascalia, concentrati fortissimo su qualcosa che ti stimoli quella sensazione e urla più che puoi con la testa nella gabbia per tre secondi. Richiudi in fretta e passa alla seconda, e così via. Alla fine della procedura non proverai più niente, sarai invincibile.

Sembrava fattibile, anche se un po’ doloroso.

Sul primo lucchetto c’era scritto STUPORE, in maiuscolo.
Da piccola credevo che papà fosse un mago, perché una volta, non so come, ha fatto comparire sul tavolo dei giocattoli senza che me ne accorgessi. Ho urlato fortissimo.

Poi ho sfilato la testa e sono andata alla seconda gabbia.
C’era scritto sul secondo lucchetto NOSTALGIA.
Un po’ mi manca tornare a casa da scuola, sedermi a tavola e non sapere se il pranzo finirà con le risate, con le lacrime, o con una lite sovradimensionata. Tre secondi di grida, chiudo e vado avanti.

Ecco, il terzo era ENTUSIASMO.
Hai presente quando non vedi un amico da tanto e vai a prenderlo in stazione?
Sofia veniva sempre a trovarmi quando ci siamo trasferiti a Milano. Grido, chiudo e vado avanti.

RABBIA.
Provare rabbia non è scontato. Ho cercato mille volte di arrabbiarmi perché in fondo in quella sensazione c’è un senso di amor proprio, di protezione. Ho provato rabbia nei confronti del tempo che ha giocato sporco, ha imboscato le carte, ha chiuso prima che le regole del gioco e del buon senso lo consentissero.
Oggi diventi adulta, che tu lo voglia o meno: responsabilità, dovere, resistenza, onore, contegno, fanculo.
Ho gridato con tutta me stessa. Ho chiuso la gabbia e sono andata avanti.

Gioia, tristezza, paura, dubbio, ansia, orgoglio, invidia, empatia, soddisfazione, gelosia, soddisfazione, curiosità, soddisfazione, amore, odio, senso di colpa.

Sono stata ore a gridare e nelle ultime gabbie neanche mi usciva la voce. Le ho chiuse tutte dentro. Ero libera, non provavo nulla.

Ho guardato indietro e tutte le mie sensazioni erano lì, a forma di muraglia cinese, debellate come insetti.

Wow! Non hai idea di quanto mi sentissi potente. Ero un automa, capace di tutto.
Ora, finalmente, potevo essere chiunque, potevo far sì che Angelina fosse finalmente degna della sua vita, del suo nome, dell’amore che aveva attorno.

A casa tutti mi guardavano in modo strano, cercavano di convincermi a riposare un po’ la testa, ma non sapevano che in realtà era tutto perfettamente sotto controllo.

Qualche tempo dopo è iniziato l’incubo. Mi sono svegliata una mattina e allo specchio non vedevo più i miei piedi, erano invisibili. Ho fatto finta di niente per un po’, finché poi, a un certo punto, una settimana dopo, ecco che vedevo solo dalle ginocchia in su.

Così ho cercato in camera il bugiardino, per capire se potesse essere legato alla terapia anti-emotiva.
L’ho cercato ovunque. Volevo dare un nome alle cose. Nei cassetti, nelle tasche, scomparso.
Il bugiardino è scomparso.

È successo un bel po’ di tempo dopo, quando ormai allo specchio vedevo solo dall’attaccatura dei capelli in su e vedo, con gli occhi invisibili, la cuccia del cane e lì c’era il mio bugiardino, distrutto.

L’ho preso in mano, almeno era quello che percepivo, perché i miei occhi vedevano solo un foglio volante a mezz’aria. Ho ricomposto la carta e ho iniziato a leggere.

C’era scritto: non usare se ci tieni alla tua identità, perché vivere senza provare nulla vuol dire non vivere, non esistere. Le emozioni, buone o cattive che siano, ci rendono vivi, tangibili, umani.

Mi stavo disintegrando.

Chi sono senza amore, senza dolore, paura, ansia, stupore, senza noia, gioia, dolore, nostalgia?

Non ero più niente, non ero più…”.

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