L’altra sera guardavo il documentario “JOVAYORK – La musica dell’anima” in cui ad un certo punto Jovanotti racconta che per scrivere una nuova canzone, utilizza, spesso e volentieri, la “teoria dell’impalcatura”.
Questa teoria, che non si riferisce a un concetto tecnico-ingegneristico, ma ad un modo di pensare creativo, viene descritta in maniera esaustiva durante una sua intervista con Alessandro Cattelan, nel podcast Supernova 👇
Secondo Jovanotti una nuova canzone o una nuova idea nascono, spesso, appoggiandosi su qualcosa che lo ha già impressionato o ispirato in precedenza.
La “teoria dell’impalcatura” rappresenta l’idea che un’opera (musicale o artistica) possa essere creata usando come struttura di base altri riferimenti culturali, generi, ritmi o sensazioni già esistenti.
Jovanotti afferma che, quasi sempre, una sua canzone parte da un’altra canzone che viene usata come riferimento e solo successivamente va a scomporre e a rimontare insieme i pezzi.
Non si tratta di copiare, ma di utilizzare quell’idea come impalcatura mentale su cui costruire qualcosa di nuovo e personale.
In parole semplici: si prende un input già esistente (una canzone, un genere musicale particolare, una pulsazione ritmica o un’idea di sound) e si analizzano gli elementi, non per replicarli ma per utilizzarli come riferimento; come se fossero un ponte temporaneo verso qualcos’altro.
In quel momento, Jovanotti, comincia a crearsi una propria idea originale: un nuovo ritmo, una nuova melodia o un testo, che diventano mano a mano personali e tipici del suo stile.
Un esempio concreto che racconta è quello di ascoltare generi molto lontani da quelli che lui crea (ad esempio “il rock psichedelico turco degli anni settanta”), togliere la voce originale della canzone per isolare la strumentale o il ritmo, e su quella base creare una propria melodia.
Alla fine dei giochi, la traccia di partenza non è più riconoscibile, ma è servita da “impalcatura” e da ponte per costruire qualcosa di nuovo ed originale.
La metafora dell’impalcatura è interessante perché richiama proprio l’idea di una struttura provvisoria: necessaria ma non definitiva.
Non il prodotto finale, ma uno strumento per aiutare il salto creativo.
La teoria dell’impalcatura serve ad “entrare nello stato mentale giusto” per creare.
Come quando uno scrittore ne legge un altro prima di mettersi a scrivere: non sta copiando, ma si sta semplicemente mettendo nella giusta condizione per essere ispirato e scrivere meglio.
Jovanotti cita Hemingway, che leggeva sempre una pagina di Tolstoj prima di mettersi a scrivere. Oppure Mozart che ascoltava Haydn; o Beethoven che ascoltava Mozart.
Non per imitare ma per stimolare un particolare modo di “pensare creativo”.
La teoria dell’impalcatura è una piccola filosofia di apertura mentale creativa: accogliere elementi esterni, prenderne in prestito alcuni, destrutturarli e reinventarli in forma personale.
È un modo di vedere la musica (e l’arte in generale) come:
◾ un processo relazionale, in cui si dialoga con ciò che già esiste;
◾ una costruzione continua, mai fissa né statica;
◾ una pratica di libertà, dove l’ispirazione arriva da connessioni multiple e imprevedibili.
In fin dei conti per Jovanotti l’arte non è tanto un punto di arrivo, quanto qualcosa da smontare, riordinare e costruire.
Come tessere che (ri)compongono il proprio puzzle creativo.
Ti auguro di passare una meravigliosa settimana creativa 💡🔥📝

