Quando una Canzone viene definita un Frankenstein?

Alcune canzoni nascono dall’inizio alla fine, seguendo un filo logico e una struttura lineare. Altre, invece,
sono dei veri e propri collage di sezioni melodiche, armoniche e testuali.
Queste tipologie di brani sono conosciuti come “Frankenstein”.

Il nome fa riferimento al romanzo di Mary Shelley, in cui il dottor Frankestein dà vita ad un essere mostruoso creato dall’unione di parti corporee umane, prese dai cadaveri trovati nei cimiteri, negli obitori e nei mattatoi.

Dal punto di vista musicale, quindi, comporre un Frankenstein corrisponde a tagliare e cucire cellule di canzoni diverse, per crearne una nuova.

Possiamo prendere, ad esempio, un chorus (ritornello) che tenevamo da parte ed incollarlo su una determinata strofa (verse), nata in un secondo momento. Uno special che non suonava bene su un brano, può sposarsi perfettamente con la melodia e l’armonia di un altro.

Stesso discorso vale per un bridge (ponte o pre-chorus), un intro o una parte strumentale dimenticati nel cassetto ma che magicamente trovano senso e compiutezza in una nuova canzone.

Paul McCartney racconta spesso un aneddoto sulla scrittura di “Hey Jude”, in particolare di quando la suonò per la prima volta davanti a John Lennon. Giunto alla riga di testo “The movement you need is on your shoulder”, diede un’occhiata a John e disse: “Sistemerò questa parte più avanti, quando sarò più ispirato!”. Il resto è storia.

E tu, hai mai scritto un Frankenstein?

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