Alcune canzoni nascono dall’inizio alla fine, seguendo un filo logico e una struttura lineare.
Altre, invece, sono dei veri e propri collage di sezioni melodiche, armoniche e testuali.
Queste tipologie di brani sono conosciuti come “Frankenstein“.
Il nome fa riferimento al romanzo di Mary Shelley, in cui il dottor Frankestein dà vita ad un essere mostruoso creato dall’unione di parti corporee umane, prese dai cadaveri trovati nei cimiteri, negli obitori e nei mattatoi.
Dal punto di vista musicale, quindi, comporre un Frankenstein corrisponde a tagliare e cucire cellule di canzoni diverse, per crearne una nuova.
Possiamo prendere, ad esempio, un chorus (ritornello) che tenevamo da parte ed incollarlo su una determinata strofa (verse), nata in un secondo momento. Uno special che non suonava bene su un brano, può sposarsi perfettamente con la melodia e l’armonia di un altro.
Stesso discorso vale per un bridge (pre-rit o pre-chorus), una intro o una parte strumentale dimenticati nel cassetto ma che magicamente trovano senso e compiutezza in una nuova canzone.
Alcune canzoni dei Beatles sono state costruite unendo pezzi separati o provengono da registrazioni di canzoni diverse.
Ad esempio, “A Day in the Life” è stata assemblata da due canzoni distinte.
John Lennon scrisse una canzone che sarebbe diventata “A Day in the Life”, mentre Paul McCartney scrisse un brano intitolato “Plan”.
Le due canzoni sono state unite e completate da George Martin (storico produttore dei Fab Four) e dall’ingegnere del suono Geoff Emerick, creando la versione finale di “A Day in the Life”.
“Strawberry Fields Forever” è il risultato della combinazione di due registrazioni diverse con strumenti differenti e a tempi diversi, che gli ingegneri del suono sono riusciti ad unire. I Beatles registrarono diverse versioni della canzone, combinando le parti migliori di ogni registrazione.
Il resto è storia.
E tu, hai mai scritto un Frankenstein?

