Un mestiere fatto di fallimenti

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Viviamo in un’epoca che mostra soltanto il risultato finale. 

I social raccontano il successo, raramente il percorso.

Vediamo l’album pubblicato, il tour sold out, il videoclip perfetto. 

Quello che resta fuori dall’inquadratura sono le notti passate a scrivere senza trovare le parole giuste, i progetti abbandonati, i brani mai usciti, le paure di non essere abbastanza.

Dietro ogni canzone riuscita, ogni concerto pieno, esiste una lunga scia di tentativi andati male, di porte chiuse e di dubbi personali.

Ed è proprio lì che si forma davvero un artista. 

Il fallimento, nell’arte, non è un incidente di percorso ma parte integrante del percorso stesso. 

La cultura contemporanea fatica ad accettare il valore del fallimento. 

Lo considera una sconfitta definitiva o qualcosa da nascondere. 

In realtà, molte delle opere più belle sono nate proprio da momenti di crisi. 

La delusione costringe a cambiare prospettiva, a reinventarsi, a cercare una voce più sincera e autentica.

Senza errori, probabilmente, l’arte diventerebbe soltanto un esercizio tecnico.

Accettare il fallimento non significa glorificare la sofferenza, ma riconoscere che la crescita passa inevitabilmente attraverso l’imperfezione. 

Ed proprio questo che rende l’arte così vicina alla vita: entrambe non procedono in modo lineare.

Fare l’artista significa accettare che una parte del proprio lavoro sarà inevitabilmente destinata all’ombra.

Accogliere il fallimento permette di togliere il peso della performance e restituire all’arte il suo ruolo primordiale: la ricerca della verità. 

Anche quando quella verità è scomoda, fragile o, semplicemente, non ancora pronta per essere ascoltata.

Le parole di Mobrici (cantautore, ex frontman dei Canova) sono un invito alla gentilezza verso se stessi, per chiunque senta la pressione di dover “riuscire” ad ogni costo 👇🏻

Forse, il segreto di una vita di successo non sta nel non avere mai sbagliato, ma nell’avere saputo trasformare ogni fallimento in un nuovo punto di partenza.

Proprio come diceva Samuel Beckett: “Ho provato, ho fallito. Non importa. Riproverò. Fallirò ancora. Fallirò meglio”.

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