capitalizzare_il_dolore

C’è un aneddoto, nella storia della musica italiana, che fotografa il senso profondo dello scrivere canzoni. 

Samuele Bersani, poco più che ventenne, si ritrova con il cuore completamente a pezzi per la fine di una storia d’amore. 

Distrutto, si confida con l’uomo che lo ha scoperto e che gli fa da padre artistico: Lucio Dalla. 

E Dalla, con quel misto di cinismo pratico e infinita saggezza emiliana, gli dà un consiglio spiazzante: “Capitalizza il dolore”.

​A un primo ascolto, quella frase potrebbe sembrare quasi un invito a monetizzare le proprie lacrime. 

In realtà, era il più grande insegnamento emotivo e affettivo che un maestro potesse donare a un allievo. 

Non era un invito al marketing, ma alla sublimazione.

Nell’arte, “sublimare” significa trasformare emozioni complesse, dolorose o dirompenti (come rabbia, lutto o traumi) in un’opera creativa di valore universale.

Per un artista, “capitalizzare” significa fare in modo che quel dolore non vada sprecato. 

La sofferenza, se lasciata a se stessa, è una forza distruttiva che paralizza. 

La scrittura, invece, agisce come un impianto di riciclaggio: prende lo sporco del trauma e lo trasforma nella bellezza di un’opera.

Bersani ha seguito quel consiglio alla lettera, trasformando la sua profonda crisi personale in un grande successo della musica italiana: il brano “Canzone”.

Il consiglio di Dalla svela il vero motore della canzone d’autore: l’empatia

Non ascoltiamo una canzone solo perché è bella, ma perché ci serve. 

Quando attraversiamo un momento buio, cerchiamo disperatamente qualcuno che dia una forma e una voce chiara al nostro caos interiore. 

​In questo senso, l’artista che “capitalizza il proprio dolore” si fa carico di una responsabilità sociale. 

Scende nel fondo del pozzo, raccoglie il fango e ne fa un’opera d’arte. 

Il dolore privato cessa di essere un peso sulle spalle dell’artista e diventa un bene comune.

Pensiamo: “Qualcuno sta provando esattamente quello che provo io. Allora non sono pazzo, non sono solo.” 

​Quella ferita diventa un superpotere condiviso

​Quando Lucio Dalla disse a un giovanissimo Samuele Bersani, devastato dalla fine di una storia d’amore, di “capitalizzare il dolore”, gli stava insegnando il segreto più alto della canzone d’autore. 

Di non buttare via questa sofferenza, ma di usarla come combustibile; di trasformarla in bellezza, perché solo così avrebbe smesso di fare male.

​La lezione di Dalla è un invito a non avere paura delle proprie fragilità. 

Capitalizzare il dolore significa capire che la ferita non è solo la fine di una storia d’amore, ma l’inizio di una nuova storia, da raccontare

Significa che anche la sofferenza più atroce può trovare un senso, sotto forma di parole e di musica. 

E, forse, può anche diventare universale ed eterna.

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