Come si salva la musica dal vivo?

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Lo scorso weekend ha chiuso L’Asino che Vola

Un locale che ha fatto la storia della musica dal vivo a Roma ed è stato, per 18 anni, “la casa dei cantautori” provenienti da ogni parte d’Italia. 

Per chi, come me, l’Asino lo ha visto nascere, crescere e volare in alto, sono giorni di profonda tristezza. 

La malinconia di chi sa che ha perso qualcosa di raro, prezioso e unico. 

Un pezzo di storia che se ne va via, per sempre.

Durante la serata di chiusura ho letto una lettera che ho scritto per i proprietari dell’Asino (Igor e Piero), che nel corso di questi anni sono diventati dei veri e propri amici.

Parole che puoi ascoltare in questo video 👇🏻

Ogni volta che chiude un locale che fa musica dal vivo è sempre una sconfitta. 

Per chi ci lavora ma anche per chi si occupa di arte. 

È una perdita. 

Per chi muove i primi passi nel mondo della musica ma anche per chi vuole continuare a farla in modo serio e professionale. 

Perdere un locale dove suonare significa perdere un percorso artistico. 

Suonare dal vivo rappresenta da sempre, per un artista, una palestra indispensabile per creare un proprio percorso, un proprio pubblico e una propria personalità. 

La famosa “gavetta” consiste proprio in questo: farsi le ossa di fronte a un pubblico di persone in un locale di piccole/medie dimensioni. 

Testare le proprie canzoni, conoscere le potenzialità e i limiti della propria voce o del proprio strumento musicale, capire l’importanza di fare un soundcheck, prendere confidenza con un palco e con il pubblico, caricare e scaricare una macchina e tanto altro ancora. 

Se da un lato i concerti dei big trovano spazi sempre più grandi e a prezzi sempre più alti, dall’altro i concerti degli artisti emergenti vedono sempre meno luoghi dedicati alla musica live. 

Dalla pandemia in poi molti locali medio/piccoli hanno chiuso i battenti o hanno tagliato la musica dal vivo per problemi di sostenibilità economica. 

Perché tenere aperto un locale che offra musica live ha dei costi importanti. 

Il settore degli spettacoli dal vivo sembra essere ormai scomparso dall’agenda delle priorità culturali, sociali ed economiche del nostro paese. 

Resistono in pochi, anzi in pochissimi.

Chiudere un locale è come chiudere una scuola, una palestra, un percorso alternativo a quello del mainstream. 

Chi fa musica ne ha bisogno per sviluppare in modo sano la propria consapevolezza professionale. 

Ma anche per sentirsi meno solo e per avere dei punti o dei luoghi di riferimento.

Perché andare a vedere un concerto aiuta gli artisti a crescere ma aiuta anche il pubblico a essere più felice.

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