Che dovrei ridere a fare?

Che dovrei ridere a fare

Ci sarebbe da scrivere, oggi.

Ci sarebbe da ridere.

Ma non mi viene da ridere.

Mi viene da piangere.

Eppure dovrei scrivere qualcosa che fa ridere, oggi.

Ho l’obbligo tassativo di scrivere qualcosa che faccia ridere.

Dovrei consegnarlo entro oggi.

Mi pagano per farlo.

Eppure non riesco a ridere.

Non mi viene da ridere.

Non mi viene da scrivere sul ridere.

Vorrei scrivere sul piangere.

Ma devo consegnare uno scritto che faccia ridere.

A loro non interessa piangere.

A loro interessa ridere, oggi.

Forse domani mi chiederanno di scrivere qualcosa che faccia piangere.

Ma oggi mi stanno pagando per scrivere qualcosa da ridere.

Mentre io vorrei essere pagato per scrivere qualcosa da piangere.

Mi metto davanti allo specchio e provo a farmi ridere con delle facce buffe.

Ma sono facce brutte, non buffe.

Non fanno ridere.

Fanno orrore. Neanche paura. Orrore.

Ma io non devo scrivere qualcosa di orrore.

Metto su un film comico. Non funziona.

Provo a immaginare cosa farebbero i grandi al mio posto.

Ma mi viene solo da piangere. In maniera smisurata.

Non riesco a smettere di pensare che vorrei piangere.

Potrei inondare il mondo con le mie lacrime, oggi.

Un alluvione di lacrime. Un mare, un fiume di lacrime.

Sono triste, malinconico.

Non me ne frega nulla di scrivere sul ridere.

Non c’è un motivo valido per ridere.

Che dovrei ridere a fare?

Per scrivere, certo.

Ma non mi viene da scrivere nulla che non faccia piangere.

E mancano poche ore alla fine di oggi.

Inizio a piangere.

Piango. Piango. Piango.

Piango troppo. In maniera eccesiva. Non riesco a smettere di piangere.  

Singhiozzo. Strillo. Urlo e piango.

Spargo pozze di pianto sul pavimento.

Prendo una bacinella. La riempio di lacrime. La riverso nel lavandino.

Le lacrime non si fermano.

Riempio un’altra bacinella.

E’ un peccato sprecare tutta quest’acqua, penso.

Decido di riversarla negli umidificatori dei termosifoni presenti in casa.

Continuo a piangere. A dirotto.

Finisco i fazzoletti.

Prendo lo scottex.

Finisce lo scottex.

Prendo la carta igienica.

Finisce anche la carta igienica.

Prendo del nastro isolante.

Ma si bagna e non attacca.

Prendo della pellicola trasparente e me la giro più volte intorno agli occhi e al capo, a mo’ di benda.

Sembra funzionare.

Ma poi le lacrime cominciano ad uscire dal naso.

Sto allagando casa di pianto.

Prendo i tappi di cera per le orecchie e me li metto nel naso.

Li modello seguendo i contorni delle narici.

Prendo aria dalla bocca. Respiro.

Sembra che funzioni. Nessuna perdita ulteriore.

Guardo a terra. L’acqua è arrivata fino alle caviglie.

Ho casa piena di lacrime.

Mi squilla il telefono.

Lo raggiungo, con difficoltà.

Guardo sul display. E’ il direttore della rivista per cui scrivo.

Rispondo. Mi chiede a che punto sono con lo scritto che fa ridere.

Gli racconto quello che è successo.

Scoppia a ridere.

Gli domando cosa ci trovi da ridere.

Mi risponde che devo assolutamente scrivere di quello che mi è accaduto.

Fa troppo ridere.

Attacca.

Guardo le mie gambe immerse nell’acqua.

Guardo l’intera casa sommersa d’acqua

Mi riviene da piangere. Decido di evitare.

Suona il campanello di casa.

Raggiungo la porta. La apro.

E’ il l’inquilino del piano di sotto.

Mi dice che ha un’enorme chiazza sul soffitto del suo salone.

Si sta espandendo a dismisura.

Gli racconto quello che è successo. Gli mostro il corridoio pieno d’acqua.

Scoppia a ridere.

Gli domando cosa ci trovi da ridere.

Mi risponde che devo assolutamente scrivere di quello che mi è accaduto.

Fa troppo ridere.

Mi dice che farà chiamare un idraulico dall’ amministratore.

Mi scuso per il disagio. Ci salutiamo.

Continua a venirmi da piangere.

Ma evito di farlo, visti i precedenti.

Passo di fronte allo specchio del bagno.

Guardo la mia faccia avvolta nella pellicola trasparente e quei tappi di cera gialli che fuoriescono dalle narici.

Scoppio a ridere.

Rido forte. Fortissimo. Mi piego per quanto rido.

Mi viene da piangere dal ridere. Ma evito, decisamente.

Corro in camera.

Inizio a scrivere.

Il pezzo viene da sé.

Mi bastano cinque minuti.

Lo invio. Il direttore della rivista è entusiasta.

Prendo la polaroid. La punto verso il mio viso e premo il pulsante di scatto.

Esce la foto della mia faccia.

La guardo.

Mi viene da ridere. Un sacco da ridere.

Sullo sfondo della foto vedo il mio stereo nuovo che galleggia.

Cazzo, lo stereo nuovo!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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